Presentazione

Con la sua aria di eterno ragazzo in jeans, la luce chiara degli occhi, finemente ironico nella battuta, con la cordiale semplicità che cela una cultura che non vuole ostentare, Sergio Saviotti mi accoglie nel suo studio di Corso Mazzini 157, un mondo di ambienti che si scoprono uno dopo l’altro, ricchi di forme scolpite e di colori dipinti sulle tele, che interpellano da pareti e ripiani, sollecitando occhio, emozioni, riflessione. II ”ragazzo” ne ha fatta di strada da quando, dopo la scuola media, lavorava come elettricista, muratore, commesso nel commercio ambulante, e di sera frequentava i corsi della ”Tommaso Minardi”, la Scuola di Disegno dove tutti o quasi gli artisti faentini sono passati. Poi a 18 anni apprendista alla Cooperativa Ceramisti di Faenza, a 20 decoratore per un anno in una fabbrica ceramica di S. Marino, a 21 di nuovo a Faenza a bottega dal notissimo scultore ceramista Carlo Zauli.
Diplomatosi maestro d'arte nel '56 all'Istituto Ballardini, il suo obiettivo iniziale sembra quello di ceramista, aveva esposto per la prima volta tre anni prima al Concorso Internazionale delle Ceramiche; a casa si e anche costruito un forno a legna di mattoni con tanto di nome, l’ha infatti battezzato Gilda I° (l’atomica... Rita Hayworth!). Crea pezzi unici in ceramica smaltata o in terracotta patinata. Da qui alla scultura il passo non sarà molto lungo. Continua infatti a studiare, iscritto al corso di scultura all'Accademia di Belle Arti di Bologna con Umberto Mastroianni per maestro, il faentino Morelli per anatomia. Occasionalmente va ad ascoltare al corso di pittura Romagnoli e Guidi. Nel frattempo coltiva la sua passione per la pittura, cui dà l'anima, e che lo ripaga alla prima personale faentina del '59 con un vero successo. Nel '61, conseguito il titolo accademico, comincia a scolpire. Si abilita all'insegnamento e a Modigliana, Lugo e Ravenna insegna fino al '63, quando entra per concorso nella Scuola di Disegno come docente, ne sarà poi direttore dal '76 al '91. Partiamo dall'amata pittura cui si dedica con passione tradotta in impegno, esercizio quotidiano, facendo piazza pulita del romantico concetto d'ispirazione - se non lavori con metodo e costanza come puoi arrivare a qualche buon risultato? E' così in ogni campo! Lui sa bene dove vuole arrivare e lavora sì con sentimento ma anche di testa. A suo parere, da Cezanne in poi, il quadro è una costruzione, un fatto strutturale, architettonico, una scomposizione e ricomposizione del reale, ossia una sua interpretazione, non una riproduzione. Quindi Saviotti costruisce i suoi quadri nelle loro strutture compositive e ricompone volumi, masse con linguaggio precubista secondo linee di forza diagonali che imprimono movimento e dinamismo d'ascendenza futurista. La quiete non è del nostro tempo frenetico, dunque la pittura non può essere statica. Una volta strutturati volumi e masse, Saviotti ”umanizza” il quadro, v'immette cioè la figura, dicendo no, oltre che alla staticità, anche all'astratto che farebbe della tela un universo senza uomini, senza presa né forza d'impatto perché, come disse Picasso ”un cacciatore astratto non uccide nulla”. Come c'é bisogno dello sguardo dell'uomo sul mondo, così c'é bisogno della presenza dell'uomo nel paesaggio; paesaggi che anche Saviotti dipinge, ma soprattutto come studi, perché teme il rischio della riproduzione fotografica. Entro questa consapevole ricerca di forma, strutture e figure, in impasti tonali, a colpi di pennello, in concretizzazioni materiche, Saviotti, uomo che ama e soffre la vita, con vigile intento morale, in una sua visione civile e sociale (”sono un moralista”, confessa) esprime con poesia inquietudini e vitalità nei suoi temi essenziali e ricorrenti: la donna adolescente nel ciclo di Pubertà, le giovani madri di Madre I°, II°, III°, IV°, Maternità in blu, Maternità in giallo, La madre felice, Madre e figlio o la madre cosmica con riferimento alla religiosità arcaica della madre terra datrice di vita fino ad Annunciazione, ove la donna incontra il mistero religioso. Così dunque il racconto figurativo di Saviotti si fa simbolico, e lo spazio cosmico stellare in cui si situano le creature umane e il Cristo nello spazio, uomo-Dio crocefisso, è lo scenario dell'esistenza umana e divina dove il S. Giorgio è un uomo ben più fragile del mostro che pure sconfigge, ibrido di pescecane feroce, d'insetto gigante, di meccanismo stritolante (diverso dal drago della tradizione) ed esprime la lotta per l'esistenza.
La dimensione religiosa espressa nelle figurazioni di Cristo, di Maria nasce da un vero sentimento spirituale, di fede, non è soltanto la rivisitazione di un patrimonio culturale degno di memoria e di rappresentazione, come ad esempio la mitologia. Ma l'uomo è anche capace di mostruosità, avverte Saviotti, nel Leviatano, nel Sonno della ragione, e in Verso un pianeta verde lancia anche un messaggio ecologico animato dalla speranza di una civiltà rispettosa dell'umano, bambini, giovani donne e madri e uomini guerrieri che, anche feriti o stanchi, non cessano la loro lotta per la vita. Saviotti nelle sue tele più risolte e felici ci dona una potente sintesi costruttiva, suggestiva, percorsa da forte dinamismo, da tumulti descrittivi, anche, che vive di squisitezza tonale e cromatica tra memoria di classicità e di avanguardie rinnovatrici.
L'artista, ben consapevole del profondo divario esistente fra pittura e scultura, dice con un sorriso ”bisogna essere quasi schizofrenici per essere pittore e scultore insieme”. La scultura di Sergio Saviotti, ampiamente apprezzata, ha il pregio della sintesi plastica: Saviotti incide, taglia le superfici, le buca e le scava, penetra la massa quasi a raggruppare gli individui che modella e salda assieme, esprimendo con questa forma una felice ambivalenza: massa e attentato all'identità, all'originalità e unicità personale, ma può essere anche vicinanza solidale, fraternità che cerca l'unità. Terrecotte e bronzi appaiono attualizzati, stravolti, drammatizzati a rendere la vita umana tormentata fino al dolore, allo strazio, ma anche gioiosa, capace di speranza e di continuità: in Gente, Donna che corre, Madre, Al sole, i temi sono gli stessi della pittura. Sempre connota la scultura di Saviotti il requisito formale di un modellato potente, incisivo, sicuro, tagliente con cui segna la materia estraendone un uomo scavato, ferito, ma vivo, che combatte. E' una scultura ricca d'anima e di poesia.
Basilare per la scultura Saviotti considera il disegno, cui attribuisce grande importanza e che coltiva in continuità; migliaia di disegni sono usciti dalla sua mano, molti a china. Anche la grafica, l'acquaforte è una sua passione, e alla Scuola di Disegno ha istituito un corso di incisione. Nella sperimentazione di Saviotti pure la ceramica esige un suo spazio: Saviotti viene dal mestiere della ceramica e alla ceramica d'arte si è poi dedicato in tre tappe. Dopo Gilda I°, il forno a legna degli anni Cinquanta, il '60-'68 e stato il periodo di Gilda II°, il forno a gas, la fine degli anni '80 inizio '90 la stagione di ”Pidaria” il forno elettrico, così battezzato perché ricorda un grande imbuto. Sono uscite dalle mani di Sergio e dal fuoco dell'ultimo forno le originali invenzioni dei suoi vasi ruotanti, smaltati con cristallina matt che conferisce un effetto opacizzante. Sono veri racconti illustrati; ad esempio la superficie del vaso Alice nel paese delle meraviglie è dotata di un minuscolo buco di serratura da cui l'occhio può vedere il gatto del Cheshire graffito sull'opposta parete interna; altri vasi raccontano di Venere neolitica, di scene di caccia, o recano simboli cretesi. Tondi e pannelli raffigurano dolci Madonne o delicate annunciazioni graffite. D'impegno rilevante è stata per Saviotti l'esperienza dell'insegnamento e della direzione alla Scuola di Disegno. Titolare prima di disegno geometrico, poi di ornato e plastica, infine di scultura, dà alla scuola vitalità nuova: istituisce un corso di incisione, riapre i corsi di batik e serigrafia, avvia corsi speciali quali ritratto su maiolica, grafica creativa.
Collabora con l’Ufficio Pubblica Istruzione alla stesura del nuovo Statuto, che contempla l’istituzione di nuovi corsi regolari di affresco, mosaico, anatomia artistica, storia dell’arte. Ottiene un aumento dell’organico e l’ampliamento della scuola in alcuni locali del Palazzo degli Studi. Promuove nella Galleria della Molinella mostre didattiche. Organizza concorsi estemporanei di pittura per bambini e ragazzi. La prima ”Marguttiana” è promossa da lui nel 1980 come, l'anno seguente, il ciclo di conferenze ”Disegno e mercato del lavoro”. Istituisce in collaborazione con il Centro di Formazione Professionale (C.F.P.) corsi di formazione professionale provinciali. Da dieci anni si dedica completamente all'arte. Ogni giorno in studio, dipinge soprattutto, senza abbandonare la scultura che ha cominciato a esporre dal '72 ottenendo ampi riconoscimenti. Le tele dell'ultimo periodo presentano una solida struttura compositiva, un dinamismo meno vorticoso rispetto alla produzione precedente e rinnovata squisitezza tonale con accensioni di colori caldi, mattone, rosso, rosato e giallo o più pacati azzurri o tinte piu livide, da paesaggi invernali. Vive una sua rete di rapporti: incontra gli amici alla Sala Forum di Ermanno Forani, luogo di incontro e di mostre d'arte a cui non manca di presenziare o di partecipare. Su Saviotti è cresciuta negli anni una consistente bibliografia di monografie, di presentazioni e recensioni su giornali e riviste. Importanti critici fra i quali Solmi, De Grada, Jean Pierre Bouvet ne hanno presentato la qualita artistica. Molto ricco il suo percorso espositivo, numerosissime le mostre in Italia, due all'estero, una a Barcellona nel 1971 e una a Rijeka. Nella ricchezza delle sue esperienze Saviotti ha profuso e profonde le sue energie di uomo e di artista nella matura accettazione della vita. Penso che possa essere legittimamente soddisfatto della strada percorsa giorno dopo giorno nel cuore delle cose, fuor di retorica. Non glielo dico perchè si schermirebbe. Ho osservato e ammirato opere, rivolto domande, ascoltato, abusando forse del suo tempo. Sono trascorse quasi due ore. E' il momento per Sergio di tornare a casa, e a casa c'è un altro studio, può lavorare anche là, dove c'è pure il suo terzo forno. 

Santa Cortesi (Faenza 2001)